English Flag icon

Intervista al prof. Sergio Amadori, nuovo Presidente Nazionale AIL

Prof. Sergio Amadori

Giugno 2018

 

Intervista a Sergio Amadori
Presidente Nazionale AIL
Professore Onorario di Ematologia Università Tor Vergata di Roma

di Fabrizio Paladini
Direttore Destinazione Domani - house organ AIL

 

Il 5 maggio il Consiglio di Amministrazione dell’AIL lo ha nominato all’unanimità Presidente. Il professor Sergio Amadori, 72 anni, è visibilmente felice del nuovo incarico che lo porta alla guida della nostra Associazione, una delle più conosciute, prestigiose e radicate nel territorio tra le onlus che si occupano di ricerca scientifica e cura delle patologie.


Come è andata? Che emozioni le ha dato l’incarico?

L’emozione è fortissima perché AIL rappresenta un’associazione di volontariato che si rivolge a pazienti affetti da tumori del sangue e, se ci pensa bene, questo è stato il pane quotidiano di tutta la mia vita professionale e scientifica. Soprattutto è un’emozione particolare perché vado a sostituire al comando di AIL il professor Franco Mandelli - nominato Presidente Onorario - che è colui che ha consentito ad AIL un grande salto dal punto di vista della visibilità, della credibilità e dell’efficienza.

Che cos’è l’AIL per Lei?

Mi sono sempre occupato di ematologia. AIL è un’associazione di volontariato che ha come missione quella di stare accanto ai pazienti affetti da tumori del sangue e di accompagnarli in tutto il percorso di malattia. Percorso non facile, ma migliorato grazie ai progressi della scienza che soprattutto negli ultimi 10/15 anni ha fatto dei passi avanti giganteschi in termini di prolungamento della sopravvivenza, del miglioramento della qualità di vita e della possibilità di guarigione.

Si tratta di un’associazione che al suo centro ha il paziente. Sostenere la ricerca è fondamentale se si ha un focus sul paziente perché significa contribuire, attraverso i ricercatori ematologi che sono stati sostenuti da AIL in tutti questi anni, a migliorare le nostre conoscenze in tema di questi tumori e anche di migliorare la performance delle terapie che noi mettiamo in atto. Quindi stare vicino al paziente significa migliorare i risultati del trattamento, accompagnarlo nel percorso di malattia, stare vicino a lui ed alla famiglia con tutta una serie di iniziative.

Si riferisce per esempio all’assistenza domiciliare?

L’assistenza e la cura domiciliare è uno dei progetti più importanti perché trasferire dall’ospedale almeno una parte delle cure al domicilio, per il paziente, rappresenta una grande opportunità perché vuol dire portarlo nel suo microambiente familiare, a casa, dove viene assistito così come verrebbe assistito in ospedale. Questo riduce l’impatto emotivo, chiamiamolo “non positivo”, che invece dà la degenza in ospedale. E ha una ricaduta positiva anche sui costi delle degenze.

L’AIL è molto radicata nel territorio in 81 sezioni. È questa la sua forza?

Questa è la vera forza dell’AIL. Prenda ad esempio l’AIRC, anche questa è una grande associazione che ha come obiettivo principale quello del sostegno alla ricerca scientifica in tema di tumori in generale. Però l’AIRC è una struttura monolitica, non ci sono sezioni periferiche. L’AIL, invece, ha voluto proprio radicarsi nel territorio. Avere 81 sezioni vuol dire far arrivare i messaggi, che sono parte della nostra mission, ovvero aiutare il paziente in tutto il suo viaggio e declinarlo proprio a livello territoriale e questo ci consente di raggiungere materialmente tutti i pazienti a livello nazionale.

Seconda grande forza sono i volontari…

Assolutamente sì, tutto il lavoro che AIL fa a sostegno dei pazienti e delle famiglie è dovuto direi principalmente ai numerosissimi volontari che nel corso degli anni si sono alternati e succeduti in quest’opera di accompagnare materialmente, fisicamente e psicologicamente pazienti e famiglie. I volontari di AIL sono una popolazione straordinaria di signore e signori che ovviamente si sono impegnati, si impegnano e continueranno a impegnarsi in maniera fattiva.

Anche tanti giovani?

Ci sono anche molti giovani, ma vorremmo rinnovare il parco volontari in tutte le sezioni. L’età media dei nostri volontari tende verso l’alto e questo, a volte, può creare difficoltà in molte persone che ormai hanno raggiunto una certa età e non possono continuare a dedicarsi all’associazione con la stessa energia di un tempo.

Come si può far crescere la raccolta fondi?

AIL ha due grandi appuntamenti nazionali: quello delle Stelle di Natale e quello delle Uova di Pasqua. Chiaramente queste sono grandi campagne che hanno dato grandi risultati nel corso degli anni grazie all’aiuto dei numerosissimi volontari. Però, se si vanno a vedere gli introiti di queste grandi campagne, ci si può rendere conto di come nel corso degli anni ci sia stato un progressivo declino delle risposte.

Ci sono tante associazioni - forse troppe - che sono scese in campo con iniziative tutte lodevoli, ma che vanno un po’ a incidere su quelle che sono le raccolte delle organizzazioni storiche come AIL, AIRC e Telethon. Bisogna attuare nuove strategie attraverso nuovi canali di donazione: uno di questi è quello dei Lasciti Testamentari. È un progetto da cui noi aspettiamo risultati molto positivi.

Tutto il mondo della comunicazione è cambiato, cambieranno anche i vostri strumenti?

Come no, infatti il mondo della comunicazione è diventato centrale in questo progetto di dare visibilità all’AIL, per tutto quello che ha fatto, che sta facendo e che farà. Portare l’AIL all’attenzione del pubblico sempre in maniera discreta, trasparente, in modo che si possa sensibilizzare al meglio l’opinione pubblica sulla necessità di non mollare su questi aspetti, perché quello che si è ottenuto fino ad oggi, che è estremamente positivo, possa continuare in maniera imperterrita. Dovremo lavorare sulle nuove tecnologie e raggiungere un pubblico nuovo e magari più giovane.

Veniamo al professor Mandelli che ha fatto la storia dell’ematologia in Italia e la storia dell’AIL. Venire dopo di lui le crea qualche imbarazzo?

Imbarazzo no, preoccupazione sì perché non è facile sostituire una persona carismatica come il prof. Mandelli, che proprio con la sua attività continua svolta giorno per giorno a favore di AIL, ha consentito all’associazione di arrivare dov’è arrivata. La prima domanda che mi devo porre è: “Sono in grado di continuare questa opera?”

Che risposta si è dato?

La mia aspirazione, una volta andato in pensione, sarebbe stata quella di occuparmi del GIMEMA, l’organizzazione che si occupa ricerca clinica sperimentale in Italia. È una fondazione riconosciuta da tutti come uno dei gruppi cooperatori più importanti del mondo e questo era quello che in realtà mi sarebbe piaciuto fare, perché avrei potuto continuare ad occuparmi di ricerca scientifica e ricerca clinica.

Presiedere l’AIL chiaramente significa dirigere un’associazione e fare un lavoro un po’ diverso: portare avanti progetti a favore della ricerca e dei pazienti e, parallelamente, portare avanti la progettualità che Mandelli aveva ormai consolidato in maniera incredibile con le 81 sezioni locali. Ho iniziato a lavorare qui in AIL da settembre, quando il professor Mandelli, per motivi di salute, non ha potuto più riprendere la sua attività e mi sono ritrovato in un mondo in cui, mi sono detto, avrei dovuto imparare a muovermi, capirne le dinamiche, perché era qualcosa che non avevo mai fatto prima.

Ad essere sincero tutto questo non mi ha spaventato per un motivo fondamentale: dentro di me sento questa come una cosa che devo al prof. Mandelli. In un momento di difficoltà come il suo in cui non può continuare a capitanare la nave, ha bisogno di qualcuno che ha lavorato tutta la vita con lui. Noi l’anno prossimo celebriamo il cinquantesimo anno dalla nascita dell’AIL. Ecco, io l’anno scorso ho fatto le mie nozze d’oro con il prof. Mandelli.

Lei è stato un suo studente?

Io sono andato a lavorare con il Prof nel 1967, ero uno studente del II anno di Medicina all’Università la Sapienza e sono entrato nel reparto del prof. Mandelli, l’ho conosciuto e da allora non ci siamo più lasciati. Tutta la mia carriera si è svolta con lui ed è tutta una carriera dovuta esclusivamente all’aiuto che il professore mi ha sempre assicurato durante tutto il mio percorso. Sul piano morale avevo l’obbligo di non tirarmi indietro. Quindi mi sono detto “Partiamo con questa avventura”. Spero di non farlo rimpiangere e cercherò di dare il meglio.

Quindi eccomi qui a lavorare con timore, ma anche con grande forza. Il Prof. merita che chi lo sostituisce, dopo quello che ha fatto, sia in grado di portare avanti quest’associazione cosi come lui avrebbe continuato a fare.


Alla Sede Nazionale c’è anche un grande staff, che ruolo ha e quanto è importante continuare a relazionarsi con i centri periferici?

Lo staff è fondamentale. L’AIL Nazionale serve anche come coordinamento delle sezioni. Questa attività è pesante sul piano amministrativo, logistico e burocratico perché si tratta di fare tutta una serie di azioni, come sviluppare progetti che poi verranno declinati per le sedi periferiche, progettualità sempre innovative, preparare un’amministrazione che sia perfettamente in ordine, preparare i bilanci.

Ci sono molte sezioni locali che sono di grande livello, molto ben organizzate e che portano avanti moltissime iniziative, poi ci sono altre sezioni più piccole che sono composte da pochi volontari, hanno dei bilanci più piccoli, hanno bisogno di assistenza. Ora c’è la legge di riforma del Terzo Settore che deve essere applicata a tutte le sezioni locali e AIL Nazionale si deve far carico di questo per istruire le sezioni sulle cose che devono fare, per aiutarle a svolgere tutti i compiti amministrativi.

Per fare questo lavoro serve tanta gente. Siamo passati da un’associazione che aveva al suo vertice una persona con un carisma incredibile che era un po’ il paravento di tutto, ad una seconda fase, l’attuale, in cui c’è una nuova presidenza in cui quel carisma manca. Ma cosa ci può essere per non fare passi indietro? Il lavoro di squadra. Ho puntato tutto sulla voglia di fare, sulla trasparenza e sul fare squadra.

L’ingresso nel CdA di una manager come Azzurra Caltagirone va in questo senso?

Abbiamo proposto in sede d'assemblea che venissero confermati i consiglieri che già c’erano, anche perché il CdA insieme al presidente durano in carica 5 anni e, con l’occasione, abbiamo pensato di proporre l’ingresso della dottoressa Azzurra Caltagirone, che è una figura di alto profilo nel campo dell’editoria, della comunicazione, dell’imprenditorialità e devo dire che abbiamo trovato una persona molto entusiasta di partecipare a questa avventura. Io spero che questo possa portare dei frutti importanti per dare più visibilità e più rappresentatività a tutta l’AIL e poi anche aiutare a trovare, tra le varie modalità di finanziamento, anche dei grandi sponsor come merita una grande realtà come l’AIL.

0
0
0
s2smodern